Dall’Emilia a Parigi, la favola dei gelatai conquista il mondo Due amici fondatori del marchio Amorino: aperti 150 negozi

Dall’Emilia a Parigi, la favola dei gelatai conquista il mondo Due amici fondatori del marchio Amorino: aperti 150 negozi

aspettando il nostro workshop sulla preparazione del Gelato  di Lunedì 4 Luglio dalle ore 9.30 alle 12:30 presso la Gelateria di Via Perugina vi proponiamo un articolo di Martinelli comparso sulla LA  STAMPA “Correva l’estate del 2002: Cristiano Sereni e il suo amico Paolo Benassi, entrambi di Reggio Emilia, decisero di aprire una gelateria artigianale a Parigi. «Sul luogo non avevamo dubbi – ricorda Cristiano -: all’Île Saint-Louis». Lì, nel cuore di Parigi, l’isola sulla Senna. Quasi una provocazione, perché si trovavano a poche decine di metri da Berthillon, da sempre la gelateria più amata dai parigini, snob e altezzosa, con quelle palline che, diciamolo, sono troppo dure e poi, una volta che si sciolgono in bocca, viene fuori l’acqua, troppa acqua. «Paolo si mise alla produzione, io passavo molto tempo in cassa – continua Cristiano -: lavoravamo come pazzi. Ma, alla fine, ci divertivamo». Una sola parola impressa sull’insegna: Amorino.  È andata bene. Benissimo: possiedono oggi la rete di gelato artigianale italiano più grande del mondo. Il prossimo negozio aprirà i battenti fra pochi giorni a Las Vegas, numero 150 della serie (sono ormai il doppio di quelli di Grom). Eccolo Cristiano, 45 anni. Mascella volitiva e allure da attore americano, ha una voce bassa e rilassante. Parla nella fabbrica, a due passi dall’aeroporto di Orly. Perché il gelato che si mangia nei suoi punti vendita (in 15 Paesi, dagli Usa alla Corea del Sud), perfino quello delle cinque gelaterie sul suolo italiano, viene da qui, dalle porte di Parigi. Spiega che «sono i casi della vita». A  24 anni, appena laureato in Economia all’Università di Bologna, veniva spesso dalla fidanzata, italiana pure lei, che studiava a Parigi. «Una volta le dico: noleggiamo un film. Ma lei mi spiega che non c’erano quei videoclub belli che ai tempi avevamo in Italia». Detto, fatto: lui mette su una società, che propone di aprirne in franchising, provvisti di una macchina automatica per la distribuzione di videocassette e dvd, ovviamente made in Italy. Ebbene, nel 2002, quando vendette quell’azienda (uscendo appena in tempo da un settore poi falcidiato dal downloading), poteva contare su 3.200 videoteche. Sono i soldi che ha reinvestito subito nella nuova idea, Amorino. Nata con il medesimo mood: «Volevo mangiare un gelato buono come in Italia, ma qui a Parigi non ce n’erano». Sì, un gelato «senza conservanti, né coloranti o aromi naturali». Detto, fatto. Spiega tutto con una naturalezza molto emiliana, come se fosse scontato arrivare a vendere dieci coni al minuto nel mondo, gli ultimi dati di Amorino. In un Paese (la Francia), dove risuona la litania sulle difficoltà di fare impresa, assicura: «Non ho mai avuto freni burocratici». Neppure l’ombra del tipico piagnucolio italico, della serie “Sono venuto qui, perché in patria non mi capiscono”: «Sono in Francia, perché vivevo già qui. Proponiamo un concept italiano: siamo fieri della nostra italianità».   Della rete di punti vendita, una ventina dipende direttamente da Amorino e gli altri sono in franchising. «Ma in Italia è mio cognato a gestire e a Londra un mio amico di vecchia data – spiega Cristiano -. Come anche in Spagna e un altro in Portogallo. Il mio migliore amico d’infanzia, invece, è negli Stati Uniti». La fidanzata di un tempo è oggi sua moglie e fa la stilista: ha ideato il logo di Amorino, il nome e il design dei negozi. Paolo, il socio, è appena partito per la Spagna, a controllare il loro fornitore di fragole. «La qualità della materia prima è fondamentale – ammette Cristiano -. I pistacchi vengono da Bronte e, quando non ce ne sono a sufficienza, usiamo quelli iraniani. Il mango è uno piccolo, indiano, gustosissimo. La vaniglia bourbon viene dal Madagascar: ce la porta in aereo direttamente il produttore, con la valigia». Cristiano va anche in vacanza. «Amo la montagna: almeno quattro volte all’anno, nei posti più sperduti. Adoro sciare ad alta quota, l’alpinismo, scendere giù in canoa o in mountain bike». Ricordi di discese con la pelle di foca in Norvegia o di accampamenti nella neve (bloccati per giorni) nella Patagonia cilena. Anche questo, come se tutto fosse facile. Naturale come i suo gelati. ” da La Stampa

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