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CONfini – Arte e Sostenibilità Sociale

CONfini – Arte e Sostenibilità Sociale

L’arte e i suoi linguaggi universali sono da sempre il cuore pulsante di Terracomunica – Settimana della Sostenibilità Sociale. Ogni anno il nostro festival si conferma come un contenitore culturale volto a valorizzare la comunicazione dei giovani, dimostrando quanto il gesto creativo sia uno strumento fondamentale per interpretare il mondo.

 

Per questa edizione 2026, la collaborazione coordinata da Massimiliano Poggioni e Paolo Tosti con le docenti e artiste Allison Rufrano dall’Adelphi University di New York, Meri Tancredi e Annalisa Guerri, dall’Accademia di Belle Arti di Perugia, rinnova l’impegno profondo nel sostenere la ricerca artistica come dialogo senza barriere.

 

La mostra CONfini, allestita nella Sala dei Capitani del Palazzo dei Consoli di Gubbio,  raccoglie le visioni di oltre venti giovani talenti iscritti nei trienni e bienni del Dipartimento di Arti visive, e due da Design, dell’Accademia di Perugia, insieme a due artisti provenienti dal Dipartimento di Arte dall’Adelphi University di New York.

 

Attraverso un percorso narrativo, le opere esposte esplorano il concetto di limite;

la natura e il segno grafico in Adriana Martorana, il design ecosostenibile di Chiara Angeli e Angela Federici, la materia organica di Anna Serena De Gaspari, le stratificazioni corporee di Arianna Castellani e le assenze emotive nella cianotipia di Chiara Aguzzi. La memoria e il tempo emergono nei lavori di Dennis Emanuel Bovara, Filippo Sciarra e Michele Pangrazi, mentre le tensioni del corpo e dell’identità animano le ricerche di Francesca Biancalana, Giulia Balba, Giulia Macculi e Louisiana Alba Panzera.

La dimensione poetica e spirituale si rivela nelle creazioni di Marco Ciccarelli, Maria Furno, Maria Serena Colombo e Nicoletta Ciattaglia. Gli strumenti del fare pittorico sono indagati da Sara Dei, mentre la soglia tra sonno e veglia appartiene a Sara Indellicati. I sogni di libertà e la fragilità dell’esistere interpellano lo spettatore nelle opere di Shijie Gong, Valeria Porcacchia, Vittorio Augusto Guerri, Gao Yinsong e Wendi Yang.

Infine gli artisti, Tyeler Cook, che esplora il chemigramma, lasciando che la reazione chimica generi immagini spontanee e non pianificate, e Mollie Mars che unisce arte e filosofia, creando opere come sogni in cui agisce da spettatrice, dove la verità emerge solo attraverso il ricordo.

Nel complesso, queste ricerche mostrano una visione dell’arte contemporanea come linguaggio aperto, che mette in dialogo esperienza personale e dimensione collettiva, materia e pensiero, realtà e immaginazione, trasformando il limite non in una barriera, ma in uno spazio di possibilità e significato. Un coro di voci necessarie per continuare, insieme, a dare valore all’Arte, in quanto linguaggio sociale indispensabile.

 

Adriana Martorana

Tramontana, 2025, calcografia su carta Rosaspina Fabriano 1/3, 14,5 x 180 cm (aperto)

In questa edizione d’arte, ispirata alla poesia “Tramontana”di Eugenio Montale, il segno grafico si sviluppa come una tensione tra dispersione e radicamento, si articola come una traccia fragile e in continua trasformazione, attraversata da tensioni e vuoti. Emerge un rapporto con la natura indagata dall’artista negli ultimi anni, costruito attraverso forme organiche e strutture, tra dimensione microscopica e spazio interiore. La ricerca, da sempre orientata al rapporto tra forma, luce e spazio, indaga la materia come presenza attraversata e definita dalla luce. Esplora così una dimensione sospesa tra paesaggio interiore, natura e percezione.

 

Chiara Angeli e Angela

Manua (2026) Mano azzurra 8×8,5x24h cm, bianca 8.5 x8.5x30h cm, arancione 13×8,5×22,5h cm

Manua è una collezione di vasi scultorei ideata da Chiara Angeli e Angela Federici, studentesse di Design Ecosostenibile presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia.

I tre vasi trasformano la mano umana in simbolo di cura, accoglienza e relazione. Attraverso differenti espressioni e forme essenziali, raccontano i confini invisibili tra emozioni, identità e comunicazione. Ogni vaso sostiene il fiore come un gesto delicato, creando un dialogo tra corpo e natura. L’oggetto diventa così un simbolo di protezione, memoria e vita condivisa. I fiori evocano la crescita e la fragilità dell’equilibrio naturale, sospesi tra terra e aria. L’uso di materiali e processi sostenibili riflette una visione consapevole del rapporto tra uomo e ambiente. La ricerca delle due designer unisce estetica, sperimentazione materica e sostenibilità in un design dal forte valore emotivo e narrativo.

 

Anna Serena De Gaspari

ZOÉ I (2026) gres nero e porcellana 40øx100h cm

ZOÉ II (2026) marmo, corteccia 60x50x40h cm

Frequenta il triennio di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci”.  La sua ricerca indaga il rapporto tra la luce, gioiosa manifestazione che ci svela il mondo, e l’ombra, essenza che ci permette di entrare nelle profondità chimeriche del sogno. Il suo lavoro si sviluppa attraverso l’ascolto del paesaggio, uno sguardo verso ciò che già esiste, i ritmi lenti della materia e la memoria umana.  ZOÉ nasce dall’osservazione di fenomeni organici, manifestazioni del Principio Vitale. Nelle forme archetipiche dall’unità si giunge alla molteplicità. L’opera si concretizza come una presenza che crea un incontro tra ambiente e azione umana, seguendo i moti intrinsechi della materia e dell’eterico.

 

Arianna Castellani

Vivere, 2025, calcografia su carta Rosaspina Fabriano, 24X37,5 cm

Giudizio, 2026, Carboncino e acrilico su carta da spolvero, 75×200 cm

Laureata con lode nel 2024 in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia, attualmente è iscritta al corso di Pittura per l’Editoria d’Arte presso la stessa accademia. Nel 2026 viene selezionata per il Premio “Ilaria Ciardi” di Ravenna. La sua ricerca si sviluppa tra pittura e grafica, con particolare attenzione alla scrittura e al campo dell’editoria. Le tematiche da lei affrontate hanno a che fare con l’immagine visiva del corpo e le sue sovrapposizioni, concepite come manifestazione fisica del pensiero, che occupa lo spazio e si stratifica, generando un senso di movimento.

 

Chiara Aguzzi

Dry tear, 2026, cianotipia su carta, 29,7×41,5 cm.

La cianotipia nasce da uno scatto di un progetto fotografico intitolato Dry leaves.   Il progetto in sé vuole esplorare la sensazione di “aridità” emotiva, intesa come svuotamento da ogni emozione dopo aver “sentito troppo” per troppo tempo. La singola foglia al centro della composizione, rappresenta ciò che resta di un’ultima lacrima versata, reliquia di un’emozione che ormai sembra estinta e incapace di ritornare. Nello spazio sospeso tra luci ed ombre, il soggetto è un confine tra il ricordo di un’emozione che prima strabordava, come linfa nelle radici di un albero, e la totale assenza di quell’emozione. La foglia, “arida lacrima”, è l’unica cosa che resta di un grande dolore.

 

Dennis Emanuel Bovara

Il Ritorno del Morto (2026) fotoceramica su tessere di porcellana, album fotografici d’archivio, 60×45 cm

Studente di Pittura all’Accademia “Pietro Vannucci”, l’artista incentra la sua ricerca sul legame tra memoria, genealogia e tempo. Il suo lavoro indaga le tracce lasciate dal trascorrere degli anni su persone e oggetti, trasformando volti e archivi in testimonianze di esistenze passate. Nell’opera “Il Ritorno del Morto” (2026), utilizza la fotoceramica su tessere di porcellana applicate a vecchi album fotografici. La tecnica richiama la tradizione funeraria delle lapidi, creando un parallelismo tra l’album e il cimitero come archivi silenziosi della memoria, dove le tracce di chi non c’è più continuano a persistere nel presente.

 

Filippo Sciarra

Loci (2026) tufo, installazione dimensioni variabili

Studente di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, esplora la dialettica tra figurazione e astrazione per indagare l’esperienza umana e il legame uomo-natura. La sua pratica trasforma concetti immateriali in forme tangibili, sospese tra rigore ed emozione. L’opera esposta rilegge il Genius Loci della rupe di Orvieto, lavorando sul contrasto tra l’elemento naturale e la stratificazione artificiale. Scolpendo forme astratte direttamente nel tufo, l’artista ne rompe la staticità originaria: la pietra si anima e diviene un organismo vibrante, sintesi visiva dell’identità del luogo.

 

Francesca Biancalana

Ingordigia, 2024, tecnica mista su tavola, 70×50 cm

Errore, 2025, tecnica mista su tavola, 30×20 cm

Punto, 2025, matita e carboncino su carta, 29,7×42 cm

Frequenta il biennio magistrale in Pittura per l’editoria d’arte all’Accademia di Belle Arti di Perugia. La sua ricerca intreccia pittura, incisione e disegno, indagando il rapporto tra gesto, memoria e trasformazione. Ha partecipato alla Biennale Session della 60ª Biennale di Venezia, alla Biennale d’Incisione di Campobasso, compare nell’Atlante dell’Arte Contemporanea Giunti; ha collaborato con Mimmo Paladino e con Mahler&LeWitt Studios. Nelle opere Ingordigia, Errore e Punto, il confine emerge come spazio fragile tra controllo e perdita, identità e frammentazione, dove segni, cancellazioni e sovrapposizioni trasformano il disegno in un continuo attraversamento. Il corpo e il gesto diventano così luoghi di tensione, in cui il limite non separa ma genera possibilità di trasformazione.

 

Giulia Balba

Fruity Euphoria, 2025, linoleografia a riduzione, 42×43 cm

Perfect imperfection, 2025, animazione di 20s realizzata con 22 stampe su tetrapak

Le opere riflettono sulla fragilità dei limiti imposti dall’uomo e sulle connessioni che nascono tra individuo, esperienza e collettività. Attraverso simboli quotidiani come il cibo, il corpo e l’architettura l’artista esplora il confine tra appartenenza e trasformazione, tra presenza fisica e traccia lasciata nel tempo. Le immagini diventano così strumento per raccontare il desiderio umano di riconoscersi nell’altro e di superare distanze culturali, emotive e personali. La mela, il volto e il castello assumono un valore simbolico che unisce esperienze intime e collettive, rendendo visibile ciò che accomuna realtà differenti.

 

Giulia Macculi 

The Others woman (Giulia Macculi e Michele Bianchi), 2025, acrilico su lenzuolo, polaroid, 200×180 cm e 8,6×10,8 cm

Versante, 2026, punzone, matrice in rame, 50×70 cm

Vive e studia a Perugia, dove frequenta il biennio magistrale in Pittura per l’editoria d’arte all’Accademia di Belle Arti di Perugia. La sua ricerca intreccia arti visive e grafica d’arte, indagando corpo, memoria e identità. Ha partecipato a progetti espositivi nazionali, tra cui la Biennale Session della 60ª Biennale di Venezia, ed è presente nell’Atlante dell’Arte Contemporanea Giunti 2026 (Under 30). In The Other Woman (fotografie di Michele Bianchi) il corpo femminile supera i confini culturali imposti dalla società, trasformando il controllo in emancipazione. In Versante,

incisione ispirata ai paesaggi montani di Spoleto, il confine diventa uno spazio tra memoria e trasformazione.

 

Louisiana Alba Panzera

Siamesi, 2024/25, olio su tela, dimensioni ambiente

Nido, 2026, calcografia su carta Rosaspina Fabriano, 70×50 cm

Siamesi è un’opera pittorica che supera la forma tradizionale del quadro. Attraverso una palette essenziale e malinconica, riflette su memoria e perdita. Al centro della ricerca vi è il corpo, inteso come luogo di trasformazione e vulnerabilità. Le figure ibride tra umano e animale mettono in discussione identità e appartenenza. Nido è un’incisione calcografica a punta secca su matrice di crilex. Il segno alterna parti fluide e frammentate, creando una tensione visiva. L’opera riflette sulla nascita e sulla trasformazione dell’essere vivente. I gemelli siamesi e la presenza animale evocano una dimensione sospesa, una dimensione liminale, dove i confini tra umano, animale e identità si dissolvono, lasciando emergere una visione profonda e universale dell’esistenza.

 

Marco Ciccarelli

I Pianeti sussurrano, 2026, pubblicazione editoriale 1/3 copie, 29,7×42,0 cm

Si forma tra le Accademie di Urbino e Perugia, e integra le sue poesie all’interno delle proprie opere. L’opera nel suo insieme, è composta da sette testi poetici, ognuno pronunciato da un pianeta del sistema solare geocentrico che comprende la Luna ed il Sole. Queste poesie sono inserite in un luogo che trascende il foglio e l’ubicazione reale, annebbiando la linea di confine che permette alle parole di collocarsi in tutto e per tutto in un universo liminale.

Le parole si nascondono, collassano, si sovrappongono. Nulla è come dovrebbe essere e ciò che rimane è un sussurro.

 

Maria Furno

L’operaia dell’angora (2026) piombo, 30x30x110h cm

È un’artista visiva la cui ricerca si sviluppa attraverso una pluralità di linguaggi, tra cui pittura, scultura, incisione e performance. Dopo aver conseguito la laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia, ha iniziato un percorso d’indagine focalizzato sull’impronta fisica e temporale degli eventi. Le mostre a cui ha preso parte sono: Come un’interpretazione presso il Museolaboratorio di Città Sant’Angelo (PE) e A Futura Natura presso la Galleria Arya (PG). Nel 2026, il suo lavoro è stato presentato nel ciclo Martirii sacro contemporaneo a Perugia e nella quinta edizione di Art in Progress – Orbite presso il Centro Studi Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado (FM).

 

Maria Serrena Colombo

Alino (2026) olio su tela, 100 x 70 cm, candele in cera d’api, foglie in ceramica naturale, ripiano in marmo nero.

Le candele sono poste su un ripiano tondo, ciclo del tempo, infinito, universale. La cera si consuma,  le foglie cadono, si rompono. Allegoria dello scorrere della vita, del passaggio alla morte, e anche memoria, connessione con un mondo spirituale, una dimensione diversa dalla nostra quotidianità. La candela segna il confine tra il sacro e il profano. Noi da un lato e al di là ciò che è sacro, eterno. Per l’assente, per colui che ha già oltrepassato il confine ma è in qualche modo vivo e presente in quelle fiamme accese per lui.

 

Michele Pangrazi

Tre Estati, 2026, ferro e olio su tela, 200×80 cm

Deiezione, 2026, paper litograpy su carta Fabriano, 33×48 cm

In Tre Estati, l’artista ha trovato interessante ritrarre uno scorcio di un elemento presente all’interno di una fabbrica, questi spazi lasciati a se stessi portano i segni del tempo e del lento ritorno della natura, trasformandosi in poetiche testimonianze del passato.

Deiezione, sono le rimanenze tratte da uno scatto fotografico, che ritrae quello che era un edificio simbolo di un territorio, Fabbrica Alta di Schio, qui viene esposto e messo a nudo, mostrando una narrativa diversa da quella che una distante memoria vuole mostrare.

 

Nicoletta Ciattaglia

Untitled (2026) gres, gres nero, porcellana 70x50x40h max cm

Frequenta attualmente il triennio di Illustrazione e Grafica d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia. Attraverso la sua ricerca artistica esplora la spiritualità naturale e il bisogno umano di vivere a stretto contatto con la natura. Ciò che più le interessa è percepire come la vita scorra attraverso i ritmi naturali e l’impronta lasciata da essi.  L’installazione crea una foresta percettiva dove lo spirito vive attraverso la pelle, nella corteccia. Gli anelli come segni del tempo. I differenti tipi di argilla, gli spessori e le dimensioni, richiamano quella che è la molteplicità in un solo bosco.

 

Sara Dei

Il colore sul.. (Cavalletto), 2023,olio su tavola,25x30cm

Il colore sul.. (Pennelli),2023,olio su tavola, 25×30 cm

La natura morta è un tema che ha sempre suscitato il mio interesse, negli anni ho deciso di ricercarne nel profondo l’origine e lo sviluppo, quello che mi ha colpito di più è come la sua rappresentazione sia mutata nel corso degli anni. Per le opere che presento, ho preso spunto dalla mia postazione di lavoro, osservandola mi hanno incuriosito gli strumenti che uso per dipingere, che occupano gran parte delle mie giornate e che mi hanno sempre accompagnato nel mio percorso di formazione artistica. Ho dipinto le tavole costruendo gli oggetti e i dettagli che li rendono vissuti, come le incrostazioni e gli schizzi di colore. Mi interessa rappresentare qualcosa che sento vicino, che conosco bene, e che fa parte di ciò che ho scelto di fare nella mia vita.

 

Sara Indellicati

Dormi o sei sveglio?, 2025, edizione di cinque copie in brossura fresata, 50x35cm

Formatasi tra le Accademie di Urbino e Perugia con un’esperienza internazionale a Porto, indaga il legame tra segno grafico e narrazione interiore.  L’opera esplora la sottile soglia tra sonno e veglia, intesa come confine tra realtà tangibile e dimensione onirica, alla ricerca di una libertà identitaria. La ricerca si intreccia al legame conflittuale con Taranto, terra d’origine, vissuta come luogo di alienazione. Le tavole illustrano un tentativo di evadere dal soffocamento della realtà, aprendo un varco che ridefinisce i propri confini personali in opposizione a quelli geografici. L’opera diventa così un invito a interrogarsi sulla propria presenza nel mondo, trasformando le ferite personali in un atto di resistenza e rinascita

 

Shijie Gong

(Galleggiare), 2026, carboncino su carta, 50×70 cm

Studio la pittura, attraverso le sue differenti tecniche, ne esploro il flusso continuo di idee.

Da piccolo spesso piegavo la carta a forma di barca, la mettevo a galleggiare nell’acqua;                  In quel momento ero pieno di speranza e libertà verso il mondo, pensando che quando sarei cresciuto sarei stato in grado anch’io di galleggiare liberamente.

Man mano che crescevo, ho scoperto che ciò che possediamo in realtà non è una vera libertà.

Spero di essere una nave bianca immacolata, che naviga e avanza nell’oscurità.

 

Valeria Porcacchia

Untitled (2026) carta, filo di seta, legno 200x100x150 cm

Frequenta attualmente il triennio di Illustrazione e Grafica d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia. Esplora principalmente il concetto della fragilità e allo stesso tempo della sua necessità all’interno dell’esistenza umana. L’aspetto che le interessa in modo particolare è che nella fragilità si nasconde una profonda bellezza. L’installazione invita a osservare i fogli e pensare alle pagine di un libro, immaginare le mani che le hanno sfogliate, quelle che le hanno realizzate. Il senso del lavoro è racchiuso proprio nel sentire il materiale della carta come si sentono le emozioni.

 

Vittorio Augusto Guerri

Determinazione dell’odio, 2025, Ceramica smaltata, 33x47x28 cm.

Determinazione dell’odio, nasce da uno studio segnico di figure fantastiche e immaginari mitologici che prendono forma prima nel disegno e poi nella materia. Nel passaggio alla ceramica la ricerca si concentra sul dare corpo a esseri segnati da continue trasformazioni. La creatura rappresentata, appartiene a un luogo indefinito. Uno spazio di confine dove le forme cambiano continuamente per sopravvivere, adattandosi. Una zona di passaggio incerta sospesa tra forza e collasso, tra reale e immaginario.

 

Gao Yinsong

Untitled, 2021, cianotipia su carta Canson, due edizioni 30,5×22,5 cm

La sua interpretazione dei confini trae origine dai meccanismi di difesa psicologici, attraverso l’obiettivo, l’artista cerca di catturare quegli invisibili confini emotivi che ostacolano la comunicazione tra gli individui.

Il senso del lavoro inteso come la frattura insanabile tra la bellezza sublime della natura e l’orrore commesso dall’uomo sulla terra. Il processo di stampa agisce come un filtro, fissando in un’immobilità cianotica il ricordo di un trauma contemporaneo, mettendo in discussione i confini della nostra percezione della sofferenza altrui.

 

Wendi Yang

Untitled, 2025, pietre e metronomi, dimensioni ambiente

Dividiamo il tempo in piccole unità, nel tentativo di attenuare la percezione dell’infinità, come se cercassimo di lasciare un segno sulla superficie del mare, con la lama di un coltello. Il tema del tempo ha sempre rappresentato per me un campo di ricerca centrale; mi affascina la sua natura sfuggente, soggettiva e culturalmente variabile. Espressioni quotidiane come “tra poco”, “ fra un paio di minuti”, “ più tardi”, “un attimo”, o “presto”, assumono significati diversi per ciascuno di noi. L’installazione è composta da blocchi di pietra che contengono metronomi con ritmi differenti. Una volta caricati, iniziano a suonare ciascuno con il proprio ritmo, l’intera esecuzione dura circa sei minuti.

 

Tyeler Cook

Mi chiamo Tyeler Cook. Vengo da Long Island, New York, USA. Sono uno studente di Arte presso la Adelphi University, situata a Garden City, nello Stato di New York.

La mia pratica artistica nasce dalla sperimentazione. In questa serie utilizzo un processo senza fotocamera chiamato chemigramma, attraverso il quale lavoro con resisti naturali su carta fotografica da camera oscura, esponendola alla luce e ai prodotti chimici che consumano progressivamente i resisti e generano una reazione chimica.

Le immagini uniche che ne risultano rappresentano l’idea di creare qualcosa che assomigli a una forma o a un’immagine senza un’intenzione precisa. Se il risultato fosse stato pianificato, probabilmente non sarebbe speciale quanto qualcosa che emerge spontaneamente, senza essere stato realmente pensato o progettato.

 

Mollie Mars

Mi chiamo Mollie Mars e vengo dal New Jersey, USA. Studio Filosofia con una specializzazione secondaria in Arte presso la Adelphi University, situata a Garden City, nello Stato di New York.

Considero la mia arte allo stesso modo in cui considero i sogni: sono al tempo stesso la creatrice e la spettatrice delle mie opere. Se in queste immagini esiste una qualche “verità nascosta”, essa rimane celata alla parte razionale della mia mente, poiché non ha avuto alcun ruolo nel loro processo creativo.

L’interpretazione può avvenire soltanto una volta che l’opera è stata completata e può essere formulata solo indirettamente, attraverso il mezzo dell’espressione e del ricordo.

 

Sala dei Capitani – Palazzo dei Consoli – Via Baldassini

Inaugurazione Sabato 20 Giugno ore 18:00

Dal 20 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 al 𝟏𝟐 𝐋𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨
Dalle ore 𝟏𝟎:𝟎𝟎 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝟏𝟑:𝟎𝟎 e dalle 𝟏𝟔:𝟎𝟎 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝟏𝟗:𝟎𝟎

 

 

Website

All Sessions By CONfini – Arte e Sostenibilità Sociale

Sabato
20 Giugno 18:00
Sala dei Capitani - Palazzo dei Consoli - Via Baldassini